Radici nel corpo, fiori nella coscienza: yoga, bioenergetica e chakra secondo Anodea Judith

Pubblicato il 29 maggio 2026 alle ore 22:12

C'è un filo sottile ma tenace che attraversa la storia del lavoro sul corpo nel Novecento: l'idea che la carne non sia un involucro neutro, ma un archivio vivente di esperienze, tensioni e significati. Alexander Lowen, allievo di Wilhelm Reich e fondatore dell'analisi bioenergetica, ne ha fatto il centro della sua ricerca. Anodea Judith, studiosa di chakra e autrice di "Il libro dei chakra" ha tracciato un ponte luminoso tra quella tradizione e lo yoga, mostrando come i due sistemi parlino, in fondo, la stessa lingua.

È questa prospettiva che orienta il mio modo di insegnare e praticare yoga.

Il corpo come campo di forza

Lowen partiva da una constatazione semplice quanto rivoluzionaria: le emozioni non elaborate si depositano nel corpo sotto forma di tensioni croniche — quello che chiamava armatura caratteriale, termine mutuato da Reich. Una spalla che non scende mai, una mascella sempre stretta, un diaframma che respira a metà: non sono capricci muscolari, ma racconti autobiografici scritti nel tessuto connettivo.

Lo yoga, visto attraverso la lente di Anodea Judith, lavora esattamente sullo stesso territorio. Ogni asana non è una forma estetica da raggiungere, ma un invito al corpo a mollare ciò che trattiene. Quando ci portiamo in una torsione, non stiamo solo allungando i muscoli intercostali: stiamo creando le condizioni perché qualcosa di trattenuto possa muoversi.

I chakra come mappa psicosomatica

Judith ha il grande merito di aver tradotto il sistema dei chakra in un linguaggio accessibile alla psicologia occidentale, e in particolare alla psicologia del corpo. Nella sua visione, ogni chakra corrisponde a un livello di sviluppo psicofisico, a un tema evolutivo, a un tipo di blocco caratteriale. Il primo chakra — Muladhara, la radice — riguarda il senso di sicurezza, il radicamento, il diritto ad esistere. Il quarto — Anahata, il cuore — ha a che fare con l'amore, il confine, la capacità di ricevere.

Qui la consonanza con Lowen diventa quasi commovente. L'analisi bioenergetica descrive strutture caratteriali — lo schizoide, l'orale, il masochista, il rigido — che si formano proprio attorno a quei temi, in quegli stessi strati del corpo. Il lavoro proposto da Judith sullo yoga dei chakra è, in un certo senso, un'analisi bioenergetica gentile: usa il respiro, il movimento, l'intenzione e la consapevolezza per sciogliere dall'interno ciò che Lowen scioglieva dall'esterno con il contatto terapeutico.

Salire e scendere: la corrente della vita

Una delle intuizioni più belle di Lowen riguarda il grounding, il radicamento a terra. Senza radici solide, l'energia non può salire: il corpo si disconnette dalla sua base, e la persona vive "nella testa", lontana dal corpo, lontana dalle emozioni profonde. Prima di aprire il cuore, bisogna sentire i piedi.

Judith riprende questo principio in modo esplicito. Il suo approccio allo yoga segue una corrente discendente — dalla coscienza alla materia, dall'intenzione alla forma — e una corrente ascendente — dal radicamento fisico verso la creatività, il potere personale, l'amore, l'espressione, la visione, la connessione con il tutto. Le due correnti si incontrano al centro, al chakra del cuore.

Nella pratica concreta, questo significa che prima di lavorare con aperture del cuore intense o pranayama elevati, ci prendiamo cura delle fondamenta: stare in piedi davvero, sentire il peso, respirare nel ventre, lasciare che la terra risponda.

Una pratica che non dimentica il corpo

Quello che mi ha sempre affascinato di questo incontro tra Lowen e Judith è la comune diffidenza verso uno yoga puramente performativo o spiritualmente evasivo. Né l'analisi bioenergetica né il lavoro sui chakra di Judith hanno interesse per un corpo perfetto o per una trascendenza che scavalchi la materia. Al contrario: il corpo è il luogo della trasformazione, non l'ostacolo da superare.

Portare questo sul tappetino significa accogliere ciò che emerge — una sensazione scomoda in un'apertura dell'anca, una resistenza inaspettata in un backbend — non come limite tecnico, ma come informazione preziosa. Significa praticare con curiosità invece che con giudizio.

Lo yoga, in questa prospettiva, non è una disciplina del controllo. È un dialogo con se stessi, condotto nel linguaggio più antico che abbiamo: il corpo

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